
È la voce di Marco Leva, presidente del CMAE, a guidarci dentro la Dakar Classic, andata in scena dal 3 al 17 gennaio. Insieme alla moglie Alexia Giugni, Leva si è aggiudicato uno straordinario quarto posto a bordo del Mitsubishi Pajero 3.0 V6 del 1990. Un’esperienza difficile ma anche emozionante, che vi raccontiamo affidandoci alle sue parole.
«È stata una Dakar estremamente impegnativa. Il livello tecnico delle prove era molto alto: prove di regolarità lunghissime, anche tre ore di prova speciale, numerosissimi cambi di media e una navigazione complessa che richiedeva costantemente la massima concentrazione. In questo Alexia è stata bravissima, senza mai perdere la traccia.
Nei Navigation Test siamo sempre andati molto bene, perché siamo riusciti a trovare il giusto modo di interpretarli.
Le prove di Super Regularity, invece, sono una sorta di via di mezzo: vere e proprie prove di navigazione, quindi senza tracce e con solo road book cartaceo, ma con medie imposte. A noi sono piaciute molto e siamo riusciti a interpretarle nel modo corretto.
Discorso diverso per i Dune Test. Per andare bene sulle dune serve esperienza, che si acquisisce solo con la pratica: purtroppo noi abbiamo la possibilità di guidare sulle dune solo una volta all’anno. Inoltre, partire in coda al gruppo delle vetture Classic non aiuta, anzi peggiora la situazione: si trova sabbia già molto macinata e, per riuscire a “galleggiare”, bisogna stare fuori dalle tracce, avere potenza di motore e soprattutto colpo d’occhio per individuare il passaggio migliore.
Nel primo e nel terzo Dune Test siamo andati bene, ma nel secondo abbiamo commesso un errore di valutazione e siamo finiti in un vero e proprio “catino” di sabbia molle, con la macchina anche inclinata, per di più in una zona dove non passavano altri concorrenti o camion che avrebbero potuto darci una mano.
Abbiamo spalato per quasi due ore per riuscire a liberarci da soli, accumulando il massimo delle penalità: questo ci ha fatto scivolare dal secondo al sesto posto nella classifica generale.
Non ci siamo persi d’animo e nei giorni successivi abbiamo recuperato, poco alla volta, diversi punti in classifica. Quando siamo arrivati ad affrontare il terzo e ultimo Dune Test, lungo 25 chilometri, eravamo inevitabilmente un po’ in ansia. Abbiamo però mantenuto la calma e questa volta il colpo d’occhio ha funzionato: lo abbiamo superato impiegando circa la metà del tempo teorico previsto.
In generale, possiamo dire che la gara sta diventando sempre più una vera competizione sportiva e sempre meno un semplice evento per auto classiche. Se da un lato questo rende l’aspetto agonistico più interessante, dall’altro richiede un regolamento adeguato e una direzione gara all’altezza, capace di gestire non più solo un gruppo di appassionati con l’obiettivo di arrivare al traguardo, ma concorrenti agguerriti che puntano al podio.
Il fascino della Dakar attira sempre più partecipanti e questo va gestito con attenzione, altrimenti si rischia di creare situazioni di insoddisfazione che finiscono per rovinare l’ambiente e l’evento stesso.
Quando tornerò in ufficio mi mancherà la sveglia alle quattro del mattino, mi mancheranno le centinaia di chilometri di trasferimento e poi quelli delle prove. Mi mancherà mangiare noccioline e uova sode imboccato da Alexia mentre guido, avrò nostalgia delle cene al catering del bivacco, della sabbia e della polvere addosso che non se ne vanno nemmeno dopo la doccia.
Insomma, mi mancherà la Dakar».












